Suzanne Valadon e la bohème di casa Utrillo

di SANDRO BARBAGALLO

Una coppia singolare di artisti, non solo perché lei fu ragazza madre nella Montmartre di fine Ottocento, ma perché se il personaggio trainante è lei, l’artista di fama internazionale, invece, è lui, il figlio [Maurice Utrillo]. Infatti è lui a parlarci della poesia di Montmartre quando le case erano ancora basse e gli orti fioriti. È lui a evocare la Parigi più romantica, adorata dagli americani di passaggio. Ma, come spesso accade, pochi si chiedono cosa ci sia dietro le opere dell’uno e dell’altra. Quanta fame, quanta disperazione, quanta bohème esaltata. A ben guardare le opere della Valadon che ci parlano di vecchie accasciate, bambini esili, ragazze prosperose alla deriva di letti sfatti, aitanti pescatori intenti a tirare le reti come in una danza di Matisse, sono virili, violente, spesso impietose. Opere che Degas, grande mentore di Suzanne, definì dal segno “cattivo e morbido”.

Suzanne, nata Marie Clementine, si autodefiniva “figlia della tempesta”. Forse perché sapeva di essere una sopravvissuta, alle umiliazioni e agli stenti della miseria della sua infanzia. All’epoca in cui lavorava da un carbonaio e con pezzetti di carbone tracciava i suoi primi disegni su fogli improvvisati che, regolarmente, la madre bruciava nella stufa. A un tratto Marie, che s’ingegnava in piccoli lavori per aiutare la madre domestica a ore, fiorì. Come uno di quei mandorli di primavera che sono stati arbusti stentati e sghembi per tutto l’inverno. Divenne bella a quattordici anni, un volto intenso illuminato dagli occhi chiari, i capelli castani raccolti in due bande morbide e setose. Era quasi un destino che colpisse la fantasia di un pittore celebre, aristocratico, ricco.

Si chiamava Pierre Puvis de Chavannes, questo signore. Ne fece la propria musa e divenne il padre e la famiglia che lei non aveva avuto. La rappresentò in molte delle grandi composizioni che andava completando intorno al 1880. Marie Clementine, comunque, pagò subito il prezzo di tanta condiscendenza, di una così ambita protezione. Lo pagò nell’unico modo che poteva fare una ragazzina vissuta per strada senza alcun tipo di educazione e di principi morali. Puvis fu dunque il primo amante ufficiale di Marie Clementine, tanto da lasciar supporre che fosse proprio lui, nel 1883, il padre biologico di Maurice. Ma, probabilmente, Marie non perdonò mai del tutto il suo orco, tanto che “dopo” posò per i pittori più celebri del momento e spesso ne divenne anche l’amante. Da Renoir a Manet, da Zandomeneghi a De Nittis, fino a Gauguin che influenzò molto la sua pittura.

Finché non incontrò Toulouse-Lautrec il quale, nonostante l’infermità fisica, era generoso, nobile e affascinante. Tra i due si creò una complicità profonda che sfociò in un grande amore. Pochi sanno che fu Lautrec a darle il nome d’arte di Suzanne, perché, diceva, “anche tu sei circondata da vecchioni bavosi”, come il personaggio biblico. Tra i frequentatori del Lapin Agile (uno dei locali più celebri di Montmartre) comparve un simpatico e spiritoso giornalista spagnolo, tale Miguel Utrillo. All’epoca Suzanne era incinta e non voleva rivelare a nessuno chi fosse il padre del bambino. Quasi per sfida Miguel le propose, di fronte a tutti, che avrebbe volentieri firmato quell’opera d’arte in arrivo.

Miguel Utrillo era allegro, giovane, disinteressato e a Suzanne piacque che potesse essere lui a donare il proprio nome a quel figlio che lei portava in grembo. Non calcolò che se fosse stato riconosciuto dal nobile padre avrebbe avuto diritto a un titolo, ma anche a un patrimonio. Per tutta la vita l’orgoglio e la dignità di Suzanne non cedettero mai alla tentazione di ricattare il suo primo seduttore. Nemmeno tanti anni dopo quando la nuora Lucie Valore l’invitò ripetutamente a rivendicare i suoi diritti. Marie Clementine era nata nel 1865, l’anno in cui Manet aveva scandalizzato Parigi con la sua Olympia. Ma la coincidenza non spiega certo come una ragazza povera riuscisse a studiare pittura in un’epoca in cui alle donne non era consentito frequentare le scuole d’arte. Resta il talento dunque, lo spirito di emulazione e quello altrettanto importante di osservazione. Una ragazza intelligente e curiosa, costretta a posare per lunghe ore con i maestri più bravi del suo tempo. Era ovvio che facesse tesoro di ciò che vedeva e sentiva. Suzanne comincia così, clandestinamente, a disegnare dove capita, perché è più facile ed economico. La scopre Lautrec che la incoraggia e le fa un ritratto intitolato Madame Valadon, artiste peintre.

Come modella l’aveva usata per la celebre opera La buveuse, in cui ce la mostra come una ragazza precocemente abbrutita dall’alcool. Insomma, mentre Lautrec ne riconosce il valore, i disegni della Valadon cominciano a circolare per Montmartre fino a incuriosire Degas che, già famoso e autorevole, chiede di conoscerla. Siamo ormai nel 1890, all’epoca Maurice ha già sette anni e Suzanne per mantenere figlio e vecchia madre è costretta a lavorare. Degas le riconosce un talento fuori del comune con la celebre frase (per lei più importante di un diploma) “mia cara, siete dei nostri“.

Tra i due nasce un’amicizia, si scrivono e si frequentano. Lui la tratta da collega, la chiama “terribile Maria”, le insegna a usare l’acquaforte, periodicamente le compra alcuni disegni. Non saranno mai amanti, né lei poserà mai per Degas. Intanto però il piccolo Maurice cresce con la nonna Madeleine, la quale per placare i suoi attacchi di nervi, dovuti al vuoto affettivo e forse alla mancanza di un padre, lo nutre con pane e vino. Anzi, sempre meno pane e sempre più vino. Finché un giorno si scoprirà che il ragazzo è diventato alcolizzato, con tutte le conseguenze psicofisiche che questo comportava. C’è una sua lettera del 1927, di un candore disarmante, indirizzata al pittore Derain, in cui Utrillo (ormai pittore celebre e ricco) dichiara testualmente: “Signor Derain, mi complimento con voi e vi ringrazio sentitamente per le vostre calunnie e ingiurie, sia le vostre che quelle della vostra cara consorte Alice. Io non sono pazzo, ma semplicemente alcolizzato. A questo proposito potete consultare gli annali medico-psichiatrici dal 1922-1924 riguardanti il mio ricovero come soggetto etilista in una clinica di ostetricia situata a Neuilly. Ancora una volta grazie per le vostre calunnie e quelle dei vostri simili. Vostro servitore. Utrillo”.

Se ci è abbastanza chiaro come Suzanne Valadon si sia trasformata da modella a pittrice, non lo è altrettanto per quanto riguarda un Maurice alcolizzato che inizia a dipingere. Secondo la leggenda alla madre fu consigliato di insegnargli a dipingere come terapia. Per distrarlo dal suo bisogno di bere. Lei cominciò facendogli copiare alcune cartoline di Montmartre. La terapia ebbe subito buoni risultati e quei quadri ingenui e poetici incuriosirono i primi mercanti. All’inizio Maurice firma anche con il nome della madre perché la sua devozione è assoluta, quanto il bisogno di sentirla vicino. Purtroppo gran parte della giovinezza di Maurice è costellata di ricoveri in istituti psichiatrici, dove viene rinchiuso, spesso dalla forza pubblica, dopo aver dato spettacolo di intemperanza etilica. “Ma non è possibile che un pittore capace di dipingere questi capolavori sia pazzo” dirà un dei suoi più fedeli mercanti.

Curiosamente l’arte che è stata il riscatto sociale di Suzanne, lo è stata anche per suo figlio che tramite la pittura riuscì a farsi rispettare e apprezzare. È come se la pittura fosse stata il loro cordone ombelicale mai tagliato. A Suzanne, Maurice deve un modo di “vedere” la realtà con infantile stupore. Lo stesso stupore che nella madre diventa una sorta di furiosa avidità, nel figlio ci appare come la dolorosa mansuetudine di un animale percosso. Parigi diventa così il tema dello sguardo di Utrillo, lo sguardo sperduto di un timido, fragile esploratore che fino alla fine dei suoi giorni aggiungerà una “v” puntata alla propria firma. La Parigi di Utrillo col tempo diventa dimessa, scrostata, avvolta da un velo di malinconia simile a quello della neve o della pioggia. Una città che non ha più niente a che vedere con la retorica della Lumière, dei balli all’aperto, dei can can, delle trasgressioni e degli eccessi. Questa Parigi in cui l’ubriachezza è triste, ma forse necessaria per un giovane “bastardo”, è speculare alla violenza mai dimenticata subita dalla madre quand’era poco più che bambina.

Una storia, quella di Utrillo e la Valadon che ha spesso suggestionato la fantasia di scrittori di vari Paesi, tanto che in Italia sono usciti ben due romanzi dedicati alla vita di Suzanne e di suo figlio (Una Rosa nel cuore e Suzanne, gli anni di Montparnasse, entrambi di Simona Weller). Romanzi che illustrano come l’Impressionismo da movimento borghese abituato al comfort, metta al mondo con il contributo di una delle sue più belle muse ispiratrici, Suzanne Valadon appunto, la Scuola di Parigi. Di cui Maurice Utrillo è uno degli artisti più emblematici e rappresentativi, non a caso amico di Modigliani, Jacob, Satie.

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© L’Osservatore Romano – 30 luglio 2009

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1 Comment

  1. Bell’articolo di Sandro Barbagallo. Uno spaccato d’arte, di cultura e di vita, stimolante e interessante per le personalità che ne sono il soggetto, di grandissimo rilievo nell’arte francese. Molti particolari mi erano del tutto sconosciuti. Grazie.
    Alberto Mancini

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