Si è spezzato il filo dei panni stesi

di LAURA BADARACCHI

Sulle terrazze bianche che si affacciano sul Golfo di Guinea i panni si asciugano in fretta al sole, ma la sera restano bagnati, con il tasso di umidità al novantacinque per cento. I fili si tendono, si piegano e si deformano al soffiare dello scirocco (si chiamerà così qui il vento caldo?), a volte si spezzano, logori e stanchi di portare il peso di asciugamani e lenzuola.

In Costa d’Avorio, ampia porzione d’Africa occidentale affacciata sull’Atlantico, le coperte non esistono, non si usano, anche se la sera un po’ di escursione termica si sente. E ti addormenti, a febbraio come ad agosto, con il rumore continuo dell’oceano nelle orecchie: una specie di ronzio amplificato, ritmico, che ti culla e ti fa compagnia, nel letto singolo, così piccolo e vuoto. E metti quest’oceano di distanza tra te e lui, ma si potrebbe navigare e attraversare se lui si decidesse a prendere una barca per arrivare fino a te.

Essere così accessibile non ti fa bene. Prendi la distanza e scegli il silenzio per pensare. Hai bisogno di riflettere per rimettere le cose a posto nella tua testa e fare bilanci. Elaborare è la parola d’ordine. Non vuoi una relazione ambigua con lui. Non hai paura dei tuoi sentimenti. Vuoi guardarli in faccia e capirli. Ti manca, ma non vuoi dipendere da lui. Ti fa stare male la sua assenza, ma capisci che è la cosa giusta da fare. Cosa vuoi da te stessa? E da lui? E dal vostro rapporto? Te lo chiedi in continuazione, ma tante risposte non arrivano. Allora meglio tornare al vecchio regime, quello rassicurante dell’amicizia.

Non vuoi tagliare, ma distanziare. Mettere paletti e steccati, tracciare un solco che non si può oltrepassare. Non basta farlo sui corpi, bisogna inciderlo nel cuore. Sono i sentimenti che vanno tenuti sotto chiave, non devono straripare. I gesti e le parole devono restare al loro posto. Niente regali, niente attenzioni, niente inviti. Ognuno si tiene il suo bene e la sua vita. Sarebbe bello e difficile condividerla, questa vita. Tu ti lanci nell’amore a peso morto, come un’ancora si butta nel mare. Lui diffida dell’amore. Anche se si fida di te. Allora prendi il largo senza di lui. Naviga e rema senza fermarti. Pensa e ridi, canta a squarciagola. Forse un giorno gli andrà di raggiungerti. Ma se questo giorno tarda ad arrivare, e non arriverà mai, allora tu sarai comunque al largo. Sarai partita per una destinazione ignota anche a te stessa.

Vorresti una risposta, un monosillabo non difficile da pronunciare: sì o no. La sospensione del giudizio ti fa spazientire. Ma non puoi pretendere risposte, parole, distanze. Per lui la vicinanza non è un problema, lo è per te. Per te che devi mantenerti in equilibrio, non accostarti troppo e non parlare eccessivamente. Se poi non lo fai, però, lui ti provoca. Se ti vede, non ti parla e fa l’indifferente davanti agli altri. E tu scoppi a ridere, ti viene da sorridere di fronte alla sua finta noncuranza nei tuoi confronti.

Guardi le stelle e il cielo, e pensi che questo è un gioco. Un gioco come quando eri bambina. Sai che non devi farti notare, perché il suo bene è lì come un macigno dentro di te, che ti pesa sul cuore perché vorresti gridarlo al mondo. Invece no: non si dice, non si manifesta. Sta lì, fermo e silenzioso, forse cresce ogni giorno come un germoglio. Oppure sfiorisce. Non lo sai, e il non saperlo ti logora. Lui sa cosa provi, tu non sai cosa prova. O forse lo sai anche tu, ma non hai il coraggio di dirtelo. Anzi, te lo dici: lui non è innamorato di te.

Ti cerca perché ti vuole bene, perché ha bisogno di te, perché comunque sei una presenza importante nella sua vita. Ma senza impegno, senza una relazione. Ognuno a casa sua, ognuno per la sua strada. Sei un’amica, una cara amica, l’amica del cuore. Ma tu all’amicizia tra uomo e donna ci credi poco. Comunque sarà colpa tua, anche stavolta. Oppure è lui a essere indeciso. Oppure ha scelto: solo rapporti brevi e fugaci. Nessuna relazione stabile.

A parole dice che la vuole, una relazione stabile. Ma forse non con te. Anzi, sicuramente. A te vuole bene come a una sorella? No, come un’amica. Un’amica che vuole sentire ogni giorno, di cui ha sempre notizie, di cui sa cosa fa e dove va, come sta. Invece lui non ti dice dove va e con chi sta. Non sai se ha donne occasionali, dove va a cena e chi va a cena da lui. Allora dici basta.

Ognuno a casa sua. Ognuno ha la sua vita. Ma questa soluzione ti fa male. Però la scegli. Hai deciso tu. Hai deciso di dire basta. Senti che l’ambiguità ti sta avviluppando. Cresce e ti punge come una medusa: hai dimenticato che sei in mare e che devi prendere il largo? Mare aperto. Orizzonte sconfinato. La terraferma non si vede, devi continuare a remare. Non sai verso dove, ancora. Tu rema. Andare e poi andare. Agire, senza fermarsi a piangere e a respirare. Remare e stancarsi, poi dormire, svegliarsi e ricominciare. Si lavora, si deve lavorare. Vorresti un abbraccio, per appoggiarti e asciugarti il sudore prima di ricominciare la traversata. Vorresti la sua mano grande tra i tuoi capelli, una specie di carezza di cui hai quasi dimenticato la sensazione. Vorresti una parola affettuosa, ogni tanto, sorridere col cuore impazzito per la tachicardia che si scatena quando sei emozionata. Vorresti sognare un futuro, ma a quarant’anni è un lusso ormai fuori moda.

L’altro ti cerca. Lui ogni giorno, l’altro ogni tanto. Per l’altro non provi nulla, non lo stimi né ti fidi. Non sai perché ti cerca: vuole compagnia? Vuole qualcuno che l’ascolti? A te, chi ti ascolta? Lui sì. Ti ascolta e ti vuole bene, fino a un certo punto però. A lui sta bene averti così, ogni tanto apre lo sportello e ti trova lì, sempre pronta ad aspettarlo, ad ascoltarlo, a parlargli, a uscire. Ci sei sempre per lui. Anche se il filo dei panni stesi si spezza e devi andare di corsa a ricomprarlo. Il filo può aspettare, i panni umidi nel catino anche. Tu puoi aspettare. Un’attesa di mesi. Che ti fa sentire brutta, non attraente. Ti fa percepire che in te qualcosa non funziona, perché lui non ti desidera. Vuole solo dei pezzi di te, non ti vuole tutta intera. Vuole brandelli della tua anima, non avvolgerla. Tu, invece, lo vorresti tutto intero, anche se hai paura. Paura di soffrire di nuovo. Paura che ti tradisca, che vada via e non torni più indietro. Temi che sia direttivo e intransigente. Vedi i suoi difetti e non sai se sarai in grado di reggere il rapporto, di gestirlo alla pari.

Ma è inutile che tu ti ponga questi problemi. Perché lui non ti vuole. Anzi, ti respinge. Ti allontana, ma non si allontana. Ti cerca, quasi ogni giorno. Allora hai deciso che tu non lo cercherai. Hai bisogno di stare da sola con te stessa. Hai bisogno di riordinare le idee, anche se non ci capisci nulla lo stesso. Inutile, però, ragionare. Non serve in questi casi; la razionalità fa a pugni con i sentimenti, spesso o quasi sempre. Mah. Boh. Chissà. Vabbè. È bello un rapporto paritario. È gratificante e faticoso parlare con qualcuno che ti tiene testa, ti contraddice, ti ascolta e replica, argomenta ed è sulla tua lunghezza d’onda, che a volte ti precede e altre volte ti segue nel ragionamento. Sei uscita da una relazione infantile, fusionale, di dipendenza, a rischio fin dall’inizio. Però è stata utile. Ora ti trovi nel deserto e devi fare i conti con te stessa. Non puoi aggrapparti a nessuno. Devi accettare o forse rassegnarti al fatto di stare da sola.

Una casetta carina non basta per riempire il vuoto. Con quella voragine che ti si apre dentro ogni sera, che ti attende e si spalanca nel buio, devi farci i conti sempre. Ovunque tu sia. In quel vuoto, ci sei tu. I tuoi fallimenti, le tue domande, le tue soddisfazioni. Hai comprato una casa, hai pubblicato due libri. Ma i libri non sono figli, anche se comunicano una parte di te, sono una parte di te. I libri non sono vita. Sono una specie di fogli rilegati o brossurati con parole stampate che dicono qualcosa del tuo mondo, della tua anima. Una specie di rebus da risolvere, un anagramma da decodificare. Anche per te. Il mistero si ripropone. E l’evidenza non è sempre così scontata nelle conclusioni.

Torni sul terrazzo. Al posto dei fili, per stendere i panni hai comprato uno stenditoio: quelli di plastica bianca, facili da pulire e da piegare. Con i fili che forse si flettono, ma non si spezzano: sono resistenti al peso e al vento. Mentre svuoti la lavatrice e allinei la biancheria, ti risale nel cuore la nostalgia dell’Africa, dei colori e dei volti, dell’alba in bidonville che illumina debolmente (perché il calore sfuoca le immagini) il brulicare delle donne ancheggianti, con il secchio d’acqua in testa e un bimbo sulla schiena curva, un altro figlio per mano e gli occhi che guardano al di là dell’orizzonte. E risenti nelle orecchie il suono delle onde, come se avvicinassi ai timpani quelle conchiglie gigantesche che si vedono solo nei musei o nei documentari. Ti siedi ai piedi dello stenditoio, con la testa appoggiata al muro; chiudi gli occhi per ricordare meglio, rivedere i gesti lenti dei ragazzi che si avviano verso la scuola a piedi, tenendo la cartella sulle spalle. Quell’oceano ti accompagna, anche se lui è rimasto all’altra riva.

(c) Laura Badaracchi – all rights reserved

Copyright (c) Il presente racconto è stato pubblicato nella raccolta “Racconti nella rete”, edita dalla casa editrice Nottetempo (Roma) nel 2008.

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6 Comments

  1. Molto bello: per l’introspezione psicologica della protagonista e dell’altro; per la metafora del filo dei panni (lo stenditoio sarà più prosaico ma è più resistente); per la metafora della navigazione come vita e messa alla prova di se stessi. Resta, accanto alla constatazione di una maggiore forza soggettiva, il rimpianto finale, il mistero di due anime che pur cercandosi non si trovano.
    Gisella

  2. Un’autoanalisi utile alle donne che hanno questi problemi, cioè tutte noi, chi prima o poi. L’equilibrio, nei rapporti ,è difficile e non solo con l’altro sesso. Teniamo dunque fermi e saldi i fili…
    complimenti.
    lucetta

  3. Avversario temibile e lungimirante la paura, gira i cuori, imprime i pensieri, traveste i desideri, scrive poesie e logora la storia. E contrasta l’amore.
    Clausura senza riscatto la paura. Che l’unica vita, la nostra, è figlia di tutti i cieli e di tutti i mari, leggenda e canto, inusitato vento e primizia di ogni Graal. E chissà perchè non ci bastiamo mai e ci corriamo lontano perchè oggi è vicino ed è perfetto.
    Burla di un viaggio senza biglietto che conta le nebbie, la rugiada e le perdite dell’arcobaleno.
    Grazie Laura che ci hai portato a spasso sulle delicatezze umane.

  4. E grazie anche a te, cara Alessandra, con le tue sensibilissime “antenne” che ti fanno capire e abbracciare in un gesto solo tutto il dolore che una donna può contenere.

    Credo che Laura abbia raccontato una realtà tristemente conosciuta da noi donne, e in modo particolare da noi nate nell’era della (presunta) parità, del felice (felice?) cameratismo uomo-donna, tutti amici, tutti uguali. Tutti niente. Perché è il niente quello che rimane in mano a un certo punto, in balia di uomini irrisolti, mai svezzati, sostanzialmente conformisti, e in preda anche alle nostre più antiche paure che ci paralizzano il cuore.
    Ma la vita, che è poi come dire l’amore, è ben altro…

  5. Di questa donna raccontata da Laura Badaracchi mi piace la forza: di andarsene, di aspettare senza sperare, di dirsi la verità e di decidere secondo ragione, non per mancanza di cuore, ma per rispetto di sé.
    E poi è bello quest’oceano che distanzia ma che è sempre possibile percorrere da una riva all’altra. Non si sa mai…

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