“La voce delle mani” di Delia Morea

La scrittrice Delia Morea

“La voce delle mani” di Delia Morea

di MARIA AMATA DI LORENZO

"La voce delle mani" di Delia MoreaNei giorni scorsi ho intervistato la scrittrice e drammaturga Delia Morea, una delle voci più interessanti del panorama letterario contemporaneo. Suo è un romanzo, Quelli che c’erano (Avagliano, 2007) che ho apprezzato molto e di cui vi ho anche parlato qualche tempo fa su Flannery. Un romanzo che ci racconta il senso di una iniziazione alla vita pronta a farsi inquieta trasparenza nella dizione imperfetta della memoria. Una storia fluida e intensa, vividamente raccontata dalla sua penna e dalla sua sensibilità di donna. Ora, in attesa del suo nuovo romanzo, che spero insieme a voi di leggere assai presto, ho voluto porre a Delia Morea alcune domande sulle sue opere teatrali, dal momento che è da poco uscito un libro che racchiude quattro bellissimi monologhi al femminile.

Il libro è intitolato La voce delle mani e il titolo di questa raccolta di testi teatrali richiama per l’appunto la gestualità del corpo, che come sapete in teatro è fondamentale. Le mani esprimono inquietudine,  qualche volta solitudine, spesso disperazione, ma possono anche “dire” la voglia di riscatto come nel caso delle protagoniste delle quattro pièces, che sono eroine o donne come tutte le altre, figure femminili reinventate dalla storia o di pura fantasia. Con i loro rimorsi, sensi di colpa, abbandoni.

D. – Cara Delia, il tuo libro “La voce delle mani” contiene quattro testi teatrali che hanno come protagoniste delle donne, diverse fra loro ma ugualmente intense. Sono figure femminili a cui la tua sensibilità nonché la tua bravura di autrice ha saputo conferire un carattere umano e letterario veramente straordinario, a mio avviso. Vorrei cominciare da La moglie. Elena non è la moglie che tutti si aspettano. Ha ferite passate e mai chiuse, e a un certo punto tutto il peso della sua esistenza la porta a un tragico epilogo. Una figura estremamente moderna, non ti pare? Come ti è nato questo personaggio?

R. – È stata quasi una scommessa con me stessa. Volevo provare a scrivere di una donna ironica, un po’ surreale. Un personaggio “tipo”: mi venivano in mente le “signorine snob” magistralmente raccontate dalla grande Franca Valeri, o le donne della buona società spesso annoiate di tutto. Insomma un archetipo di donna un po’ stereotipato e forse lontano dalla mia visuale. Ma come spesso accade nella scrittura il personaggio si è imposto con altre coordinate. La leggerezza, l’ironia iniziale hanno ceduto il posto al dramma nella ricerca della propria identità, del proprio spazio vitale. Cosa che, talvolta, ancora oggi alla metà del secondo millennio sembra difficile per noi donne. Elena è una persona fragile che non corrisponde al modello di moglie benestante e borghese. È una che vorrebbe lottare ma è sconfitta dalla sua stessa esistenza e da un immanente potere maschile che in questo caso è rappresentato da un marito indifferente, attento solo alla propria carriera. Le donne spesso devono ricominciare tutto “da capo”. Elena non ci riesce, è una perdente e spinge il pedale della propria vita verso un tragico epilogo. Forse un personaggio estremo come può essere estrema l’incolpevole disperazione.

D. – C’è poi un testo veramente virtuosistico, quello che a cui dai vita in Mi chiamo E. dove il personaggio sulla scena è uno ma si sdoppia e assume diverse identità, e ci sono due donne quasi contrapposte, che guarda caso portano due nomi che cominciano per E. Sono Emma Hamilton ed Eleonora Pimentel de Fonseca, personaggi realmente esistiti al tempo della Repubblica Partenopea. Perché hai scelto di mettere in scena queste due figure che in un certo senso appartengono alla memoria collettiva, consegnate come sono alla grande Storia?

R.  – Amo molto Mi chiamo E. Un caro amico ora scomparso, Franco Carmelo Greco, illustre professore di Storia del Teatro alla facoltà di Lettere della Università di Napoli “Federico II”, mi chiese di provare a scrivere un testo per il Bicentenario della Repubblica Partenopea. Premetto che, essendo una amante della Storia napoletana, quel periodo storico e da me molto sentito. Tra i tanti personaggi mi venne in mente Emma Hamilton, figura femminile controversa: moglie dell’ambasciatore inglese a Napoli, amante di Orazio Nelson, tramò con lui per la fine della Repubblica. Da lei, dal suo vissuto complicato, ambiguo, è venuta fuori quasi magicamente Eleonora Pimentel de Fonseca, la grande martire della Repubblica.

Emma ed Eleonora, le due donne simbolo di quella rivoluzione: la carnefice e l’eroina, fuse in una unica donna che si sdoppia in scena nell’una o nell’altra in uno scontro verbale dove la Storia è lo sfondo per raccontare la complessità dell’animo femminile, le sue pulsioni, i grandi dolori e una o mille verità. È stata una impresa ardita, che Franco non ha potuto conoscere né vedere nella sua messa in scena, rappresentata a Napoli due anni dopo la sua morte. Per me l’approccio con la scrittura è sacro e a maggior ragione con quella teatrale che da prosa deve trasformarsi in lingua “parlata” sul palcoscenico. Ho scritto questo dramma con grande amore, forse furore sacro ma nel rispetto di quella terribile pagina della Storia di Napoli.

D. – Il volume si apre con Io e Giovanna. Anche qui ci sono due donne. Una è Giovanna d’Arco, l’altra una vivandiera-prostituta che si chiama Anna e che prima, accecata dall’odio, vorrebbe uccidere la Pulzella d’Orleans, poi cerca di salvarla dal rogo. È un testo a mio avviso molto complesso, ricco di sfumature, di luci e ombre. Vuoi parlarcene?

R. – Credo nella forza dirompente, nella statura immensa della pulzella, nella grande santità di Giovanna che mi ha fatto compagnia sin da ragazzina, avendo frequentato a Napoli il liceo “Santa Giovanna D’Arco” a lei dedicato, dove una statua della Santa troneggia nel cortile. Giovanna è immensa e grandissimi hanno raccontato di lei: da Mark Twain a Jules Michelet, a Bertolt Brecht e l’elenco sarebbe ancora lungo. Quando ho pensato di scrivere una piéce teatrale su di lei, ho deciso di raccontare le sue gesta avvicinandomi a lei con umiltà, grande dedizione e rispetto.

Anna, vivandiera / donna di malaffare al seguito dei soldati francesi, scacciata da Giovanna, insieme alle sue compagne, quando quest’ultima prende in mano le redini dell’esercito del delfino Carlo, è testimone, al principio inconsapevole, degli atti eroici della pulzella. Anna odia Giovanna che le ha fatto perdere l’unica fonte di sostentamento, ma poi seguendola di nascosto intuisce la santità della giovane donna, la sua immensa personalità e si redime. Anna, dunque, attraverso un cammino doloroso e attraverso il sacrificio di Giovanna dichiarata eretica e condannata al rogo, ritrova finalmente se stessa, si riprende la sua vita. Anzi questa vita vorrebbe donarla a Giovanna sostituendosi a lei sul rogo. È di certo una storia di luci ed ombre, dove entra in scena anche un Monsignore, presidente del tribunale che condanna Giovanna e che si scopre avere un rapporto con Anna, ma il mio tentativo è stato anche quello di scrivere una storia di “resurrezioni”, di riconquiste, di presa di coscienza e coraggio all’ombra del percorso emblematico e straordinario di una delle Sante più grandi e significative della cristianità.

D. – Il libro si chiude con Recita straordinaria. Nella storia di questi poveri guitti partenopei vissuti nell’Ottocento mi sembra quasi di leggere un inno al teatro. È un atto d’amore da parte tua, o sbaglio? Tu sei autrice anche di libri, saggista e scrittrice di romanzi (come “Quelli che c’erano”), ma la drammaturgia ha anch’essa il suo posto, e non è certo un posto secondario, nella tua scrittura. Che cos’è, Delia, il teatro per te?

R. – Posso dire che di certo il teatro è parte fondamentale della mia scrittura, della mia vita direi. Ho una lunga frequentazione con il teatro sia come giornalista specializzata in critica teatrale che come semplice spettatrice o lettrice di testi teatrali. Inoltre parte della mia storia familiare è legata al teatro, la bisnonna materna recitò accanto ad Eduardo Scarpetta e a Raffaele Viviani, mia nonna è stata giovanissima cantante negli anni ’20, quasi una enfant prodige, mia sorella ha debuttato nel 1976 al Festival dei due Mondi di Spoleto in “La Gatta Cenerentola” del maestro Roberto De Simone ed è tuttora attrice e cantante. Una storia familiare al femminile, dove il teatro è stato da sempre uno dei compagni preferiti.

È proprio come dici, carissima Maria  Amata, “Recita Straordinaria” è un atto d’amore per il teatro e per il lavoro degli attori, dei registi e di tutti quelli che gravitano intorno a questo mondo: un lavoro bellissimo ma ingrato poiché spesso la memoria dello stesso si perde nei meandri del passato, ed è come si scrivesse sull’acqua.

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La scrittrice Delia Morea
La scrittrice Delia Morea

Delia Morea, scrittrice, drammaturga, giornalista pubblicista specializzata in critica teatrale e letteraria, ha collaborato con svariate testate giornalistiche, tra cui “Paese Sera”, “Il Giornale di Napoli”, “Noi a Teatro”. Ha scritto diversi saggi tra cui: “Lazzari e scugnizzi”, “Briganti napoletani”, “Vittorio De Sica: l’uomo, l’attore, il regista”, editi da  Newton & Compton, “Storie pubbliche e private delle famiglie teatrali napoletane.” edito da Xpress /Torre. Nel 2002 ha vinto ex aequo la II edizione del Premio Letterario “Annamaria Ortese” con il racconto “Ombroso Raggio” pubblicato nella raccolta “Le Notti” (ed. Empiria). Nel 2004 è stata finalista del Premio “Napoli Drammaturgia Festival” con il monologo “La Moglie”. Ha scritto e messo in scena le piéce teatrali “Mi chiamo E.”, “Tracce di Filo Spinato nel cuore”.  Nel 2007 ha pubblicato il suo primo romanzo “Quelli che c’erano” (Avagliano editore). Nel 2012 ha pubblicato la raccolta di testi teatrali al femminile “La voce delle mani” (Il Mondo di Suk). Vive e lavora a Napoli.

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