Il vento nuovo di Francesco

Miei cari amici e carissime amiche di Flannery,

come curatrice di questo blog letterario nei giorni scorsi mi sono sentita interpellata da numerosi lettori e lettrici nonché da alcuni dei nostri collaboratori affinché si realizzasse un post dedicato all’elezione del nuovo pontefice Francesco I e dopo un primo momento di perplessità, poiché il nostro blog, come sapete, si occupa prevalentemente di letteratura, di fronte ai testi che già arrivavano spontaneamente in redazione, ho deciso di pubblicare i vari pensieri, riflessioni e considerazioni in versi e in prosa pervenuti in questi giorni.

Ringrazio quanti di voi hanno partecipato a questa bella iniziativa e invito chi ancora desidera farlo a inviare un proprio testo, che potrà essere inserito e aggiunto agli altri dal momento che il post, aperto solo oggi, sarà visibile e raggiungibile a tempo indeterminato, per cui è sempre possibile mandare un proprio contributo.

Colgo l’occasione, a nome mio e di tutti gli amici e le amiche di Flannery, per augurarvi una lieta Pasqua!

Maria Amata Di Lorenzo

***

Argentine Cardinal Jorge Bergoglio (back 2nd L) and his family members are seen in this undated handout photo provided by Clarin. Pope Francis, the former Cardinal Jorge Bergoglio, delivered his first blessing to a huge crowd in St Peter's Square on the night of March 13, 2013, asking for the prayers of "all men and women of good will" to help him lead the Catholic Church. REUTERS/Clarin/Handout (ARGENTINA - Tags: RELIGION) ATTENTION EDITORS - THIS IMAGE WAS PROVIDED BY A THIRD PARTY. FOR EDITORIAL USE ONLY. NOT FOR SALE FOR MARKETING OR ADVERTISING CAMPAIGNS. THIS PICTURE IS DISTRIBUTED EXACTLY AS RECEIVED BY REUTERS, AS A SERVICE TO CLIENTS

“LA MIA GENTE È POVERA E IO SONO UNO DI LORO”

La strada di Jorge: da Buenos Aires al mondo

Il primo Papa giunto dalle Americhe è il gesuita argentino Jorge Mario Bergoglio, 76 anni, arcivescovo di Buenos Aires dal 1998. È una figura di spicco dell’intero continente e un pastore semplice e molto amato nella sua diocesi, che ha girato in lungo e in largo, anche in metropolitana e con gli autobus.

«La mia gente è povera e io sono uno di loro», ha detto una volta per spiegare la scelta di abitare in un appartamentino e di prepararsi la cena da solo. Ai suoi preti ha sempre raccomandato misericordia, coraggio e porte aperte. La cosa peggiore che possa accadere nella Chiesa, ha spiegato in alcune circostanze, «è quella che de Lubac chiama mondanità spirituale», che significa «mettere al centro se stessi». E quando cita la giustizia sociale, invita a riprendere in mano il catechismo, i dieci comandamenti e le beatitudini. Nonostante il carattere schivo è divenuto un punto di riferimento per le sue prese di posizione durante la crisi economica che ha sconvolto il Paese nel 2001.

Nella capitale argentina nasce il 17 dicembre 1936, figlio di emigranti piemontesi: suo padre Mario fa il ragioniere, impiegato nelle ferrovie, mentre sua madre, Regina Sivori, si occupa della casa e dell’educazione dei cinque figli.

Diplomatosi come tecnico chimico, sceglie poi la strada del sacerdozio entrando nel seminario diocesano. L’11 marzo 1958 passa al noviziato della Compagnia di Gesù. Completa gli studi umanistici in Cile e nel 1963, tornato in Argentina, si laurea in filosofia al collegio San Giuseppe a San Miguel. Fra il 1964 e il 1965 è professore di letteratura e psicologia nel collegio dell’Immacolata di Santa Fé e nel 1966 insegna le stesse materie nel collegio del Salvatore a Buenos Aires. Dal 1967 al 1970 studia teologia laureandosi sempre al collegio San Giuseppe.

Il 13 dicembre 1969 è ordinato sacerdote dall’arcivescovo Ramón José Castellano. Prosegue quindi la preparazione tra il 1970 e il 1971 in Spagna, e il 22 aprile 1973 emette la professione perpetua nei gesuiti. Di nuovo in Argentina, è maestro di novizi a Villa Barilari a San Miguel, professore presso la facoltà di teologia, consultore della provincia della Compagnia di Gesù e rettore del Collegio.

Il 31 luglio 1973 viene eletto provinciale dei gesuiti dell’Argentina. Sei anni dopo riprende il lavoro nel campo universitario e, tra il 1980 e il 1986, è di nuovo rettore del collegio di San Giuseppe, oltre che parroco ancora a San Miguel. Nel marzo 1986 va in Germania per ultimare la tesi dottorale; quindi i superiori lo inviano nel collegio del Salvatore a Buenos Aires e poi nella chiesa della Compagnia nella città di Cordoba, come direttore spirituale e confessore.

È il cardinale Quarracino a volerlo come suo stretto collaboratore a Buenos Aires. Così il 20 maggio 1992 Giovanni Paolo II lo nomina vescovo titolare di Auca e ausiliare di Buenos Aires. Il 27 giugno riceve nella cattedrale l’ordinazione episcopale proprio dal cardinale. Come motto sceglie Miserando atque eligendo e nello stemma inserisce il cristogramma ihs, simbolo della Compagnia di Gesù. È subito nominato vicario episcopale della zona Flores e il 21 dicembre 1993 diviene vicario generale. Nessuna sorpresa dunque quando, il 3 giugno 1997, è promosso arcivescovo coadiutore di Buenos Aires. Passati neppure nove mesi, alla morte del cardinale Quarracino gli succede, il 28 febbraio 1998, come arcivescovo, primate di Argentina, ordinario per i fedeli di rito orientale residenti nel Paese, gran cancelliere dell’Università Cattolica.

Nel Concistoro del 21 febbraio 2001, Giovanni Paolo II lo crea cardinale, del titolo di san Roberto Bellarmino. Nell’ottobre 2001 è nominato relatore generale aggiunto alla decima assemblea generale ordinaria del Sinodo dei vescovi, dedicata al ministero episcopale. Intanto in America latina la sua figura diventa sempre più popolare. Nel 2002 declina la nomina a presidente della Conferenza episcopale argentina, ma tre anni dopo viene eletto e poi riconfermato per un altro triennio nel 2008. Intanto, nell’aprile 2005, partecipa al conclave in cui è eletto Benedetto XVI.

Come arcivescovo di Buenos Aires — tre milioni di abitanti — pensa a un progetto missionario incentrato sulla comunione e sull’evangelizzazione. Quattro gli obiettivi principali: comunità aperte e fraterne; protagonismo di un laicato consapevole; evangelizzazione rivolta a ogni abitante della città; assistenza ai poveri e ai malati. Invita preti e laici a lavorare insieme. Il 13 marzo 2013 è stato eletto al soglio di Pietro e ha assunto il nome di Francesco I.

***

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HO CONOSCIUTO UN UOMO

di ALESSANDRA CORSINI

Ho conosciuto un uomo che era un Papa.

Gli capitò questo mestiere in un giorno d`inverno di nuvole e di pioggia;  il camino accanto alla cupola si mise a fumare di bianco e così gli toccò la mantellina  e la croce grossa, ma lui, la croce, non la volle d`oro perché i suoi poveri avevano la fame nel piatto e la speranza sfilacciata.

Era un tipo che veniva dalla fine della terra  e se ne andava in giro con il suo amico Cristo a vedere come si fa a mettere la felicità negli occhi della gente che a volte sembra manchi proprio tutto. Mancano i profumi del cibo e dell`amore, i tempi buoni della pace, la grazia di una casa, di un figlio o di una madre, la fortuna di un buon corpo e la consolazione per aggiustare la fatica. Allora quel Francesco che era Papa si mise gambe in spalla e si buttò là in mezzo a tutta quella gente, perché  era un figlio della terra, uno come noi, uno tra milioni, che quando ci batte il cuore suoniamo più delle campane, e ci abbracciava e ci baciava proprio come facciamo noi, il bacio sulla guancia e l’augurio di un buon pranzo o di un buon giorno, che sono queste le parole di famiglia, che a stare tutti vicini ci si sente meno soli.

Va in giro con le scarpe, quelle comode, e con i sogni da bambino, un uomo  uomo, senza fronzoli né orpelli,  con il sole in  sagittario e il cuore dentro al cuore, che inciampa pure nel vestito  perché corre prima dalla Madonna e poi dal sarto.

Allora a questo uomo io gli posso pure dire: Francesco quando mangi a casa mia? Che ci dividiamo quel che c’è così facciamo comunione. Lo so che tu ci vieni, perché sei fratello e padre, ma se ti invitiamo tutti  ingrassi e poi come fai a scappare dalle guardie del corpo per venire ad abbracciarci?

Sai quello che la televisione non può raccontare? Quel silenzio durante l’Angelus che ci ha coperto tutti, concepiti di Spirito e di bellezza.

***

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I SEGNALI DEL TEMPO

di LAURA ALBERICO

Leggere gli ultimi avvenimenti è come ripercorrere a ritroso la storia dell’uomo, spirito e materia, ideale e reale, il male e il bene che si uniscono e diventano il filtro di conoscenza e ragione, fantasia e concretezza di un mondo che nonostante tutto e senza avviso riesce ancora a sorprenderci. L’elezione del nuovo papa ha per incanto strappato il velo della nebbia che impedisce agli occhi di distinguere forme e contorni di persone e cose, la strada per camminare verso la giusta e necessaria direzione. Quando tutto sembra perduto, inutile e forse impossibile, i segnali del tempo diventano simboli di cambiamento, una inversione di rotta che scuote le coscienze e invita a ritrovare il vero significato della vita e del suo divenire.

Guardare in alto dove le comete asteroidi si avvicinano sempre di più alla terra e ci ricordano un cammino di scoperta e rivelazione, aspettare la fumata bianca che scioglie l’incertezza e il dubbio, tutto questo invita alla riflessione e alla introspezione, un percorso che pone al centro dell’interesse l’uomo e la sua capacità di tendere alla perfezione e alla conoscenza per diventare, nonostante tutto, migliore e unico pur nella diversità.

Cogliere i segnali del tempo significa ricostruire la propria storia personale, ritrovare il valore dell’autenticità e delle cose semplici. Una testimonianza che è anche una sfida all’inaridimento dei sentimenti e al meccanicismo della vita quotidiana, quella vita che spesso diventa troppo fragile e che  viene travolta dall’indifferenza e dall’abbandono e sembra oggi risplendere soltanto di luce riflessa.

*

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E COME UN PADRE TU TRASMETTI AMORE

di PAOLO MAJERLE

.

Fumata bianca e ora…

squilli di tromba e maestosi annunci

luccicanti gemme e preziose vesti

solenni processioni e formali segni

.

Ma sei arrivato tu umile Francesco

che con povere parole arricchisci i cuori

e ti avvicini agli animi con semplici gesti:

che smisurata grandezza nelle piccole cose.

.

Ci affidiamo a te, come figli a un padre

che fa di povertà la più gran ricchezza

e di umiltà una luce che ridesta il cuore

sei la fiamma che ci riscalda l’anima

e come un padre tu trasmetti amore.

.

Eri seduto… in disparte e senza attesa

ma Qualcuno t’ha chiesto di avanzare

una stagione nuova sta per iniziare

che parli di umiltà, perdono e tenerezza.

.

Sei venuto… come la brezza a primavera

e con parole inebrianti come i fiori

perché tu ascolti e ci fai sentire amati

e sai che è questo a conquistare i cuori.

.

Insegnaci a riconoscere il  valore

di un cammino spesso avvolto nella nebbia

e a dare un sentimento alle parole

insegnaci il senso vero dell’amore.

***

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PAPA FRANCESCO

di NUNZIO MAROTTI

.

E tornano a sperare i poveri

all’annuncio sulla piazza.

E’ uomo venuto da lontano

eppure impregnato

della forza e della gioia

del vino italiano.

E dell’umile forza del santo d’Assisi

il mite seguace

di Cristo povero

fratello di tutti.

Francesco,

il primo di una serie,

semplici vescovi

servi d’umanità

dimentichi di sé

spogli di potere

e di averi.

Padre di una moltitudine

che rinnova la terra

con il martirio

cinto il grembiule

col bacio di Cristo

sulle piaghe del mondo.

***

 

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UN PASQUALE PENSIERO 

acrostico di MARIELLA BETTARINI

.

Un pasquale pensiero – oggi – domenica –

Non può prescindere dalla gioia

Più grande – da una pienezza vera –  offerta

Ai nostri cuori – ch’è quella di conoscere –

Sapere che Cristo Salvatore è risorto e che –

Qualunque sia l’universale assenso – niente potrà

Umiliarne l’eccelsa Verità.

Assaporiamo dunque l’immenso dono di

Letizia pasquale e portiamone non

Egocentrica gioia – bensì  fraterna e universale. E mentre

Pasqua giunge  parimenti esultiamo: ci è dato in questi giorni

Esemplare  Fratello e Padre:

Nuovo Papa Francesco – veramente pasquale:

Siamone degni – stiamone (uniti) al suo limpido – quasi

Insperato  evangelico darsi –

E da Lui e da qui ripartiamo – vivi d’una nuova Speranza – d’un

Rinnovato  mutuo Amore – d’una Fede che sembra ritrovare

(Ora e per sempre) un credibile ardore

***

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PAPA FRANCESCO

di LAURA AVALLE

.

Cambia il vento sulla cupola di San Pietro:

una scarica di elettricità pari a quella di un fulmine,

presagio di rinascita e di rivalsa

di chi,

da troppo tempo,

era condannato ai margini di una società che non perdona.

E’ IL NUOVO CHE AVANZA,

che porta con sé la speranza

di un mondo migliore

abitato da persone migliori:

dalla chiesa alle piazze,

dall’Italia all’Argentina,

lungo tutti i fusi orari.

E’ l’alito divino

che soffia anche nella natura e negli animali:

una raffica dolce,

che libera del superfluo

per lasciare spazio all’amore perché

NESSUNO

rimanga più ultimo

***

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PAPA FRANCESCO

di TITTI RIGO

.

Hai nel sorriso la gioia, nello sguardo la dolcezza

Ti presenti con vesti essenziali

La tua parola è pace

(di cui già si avverte il profumo)

‘Custodire’ il dono prezioso che è la Terra

Abbracciare il Creato, tenerlo tra le mani

Sentire la Vita come un soffio del cielo

L’aria è più grande, un raggio di luce apre il cuore

Camminare senza paura

Procedere nel Bene spontaneamente e con fiducia

Il pastore dei giusti è arrivato

E noi l’attendevamo

Benvenuto Francesco

Che ci esorti a pregare

Messaggero di Dio –

Voce di una Madonna

piena di grazia, e benedetta.

***

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CUSTODIRE NELLA TENEREZZA

la prima omelia del suo pontificato

Cari fratelli e sorelle!

Ringrazio il Signore di poter celebrare questa Santa Messa di inizio del ministero petrino nella solennità di San Giuseppe, sposo della Vergine Maria e patrono della Chiesa universale: è una coincidenza molto ricca di significato, ed è anche l’onomastico del mio venerato Predecessore: gli siamo vicini con la preghiera, piena di affetto e di riconoscenza.

Con affetto saluto i Fratelli Cardinali e Vescovi, i sacerdoti, i diaconi, i religiosi e le religiose e tutti i fedeli laici. Ringrazio per la loro presenza i Rappresentanti delle altre Chiese e Comunità ecclesiali, come pure i rappresentanti della comunità ebraica e di altre comunità religiose. Rivolgo il mio cordiale saluto ai Capi di Stato e di Governo, alle Delegazioni ufficiali di tanti Paesi del mondo e al Corpo Diplomatico.

Abbiamo ascoltato nel Vangelo che «Giuseppe fece come gli aveva ordinato l’Angelo del Signore e prese con sé la sua sposa» (Mt 1,24). In queste parole è già racchiusa la missione che Dio affida a Giuseppe, quella di essere custos, custode. Custode di chi? Di Maria e di Gesù; ma è una custodia che si estende poi alla Chiesa, come ha sottolineato il beato Giovanni Paolo II: «San Giuseppe, come ebbe amorevole cura di Maria e si dedicò con gioioso impegno all’educazione di Gesù Cristo, così custodisce e protegge il suo mistico corpo, la Chiesa, di cui la Vergine Santa è figura e modello» (Esort. ap. Redemptoris Custos, 1).

Come esercita Giuseppe questa custodia? Con discrezione, con umiltà, nel silenzio, ma con una presenza costante e una fedeltà totale, anche quando non comprende. Dal matrimonio con Maria fino all’episodio di Gesù dodicenne nel Tempio di Gerusalemme, accompagna con premura e tutto l’amore ogni momento. E’ accanto a Maria sua sposa nei momenti sereni e in quelli difficili della vita, nel viaggio a Betlemme per il censimento e nelle ore trepidanti e gioiose del parto; nel momento drammatico della fuga in Egitto e nella ricerca affannosa del figlio al Tempio; e poi nella quotidianità della casa di Nazaret, nel laboratorio dove ha insegnato il mestiere a Gesù.

Come vive Giuseppe la sua vocazione di custode di Maria, di Gesù, della Chiesa? Nella costante attenzione a Dio, aperto ai suoi segni, disponibile al suo progetto, non tanto al proprio; ed è quello che Dio chiede a Davide, come abbiamo ascoltato nella prima Lettura: Dio non desidera una casa costruita dall’uomo, ma desidera la fedeltà alla sua Parola, al suo disegno; ed è Dio stesso che costruisce la casa, ma di pietre vive segnate dal suo Spirito. E Giuseppe è “custode”, perché sa ascoltare Dio, si lascia guidare dalla sua volontà, e proprio per questo è ancora più sensibile alle persone che gli sono affidate, sa leggere con realismo gli avvenimenti, è attento a ciò che lo circonda, e sa prendere le decisioni più sagge. In lui cari amici, vediamo come si risponde alla vocazione di Dio, con disponibilità, con prontezza, ma vediamo anche qual è il centro della vocazione cristiana: Cristo! Custodiamo Cristo nella nostra vita, per custodire gli altri, per custodire il creato!

La vocazione del custodire, però, non riguarda solamente noi cristiani, ha una dimensione che precede e che è semplicemente umana, riguarda tutti. E’ il custodire l’intero creato, la bellezza del creato, come ci viene detto nel Libro della Genesi e come ci ha mostrato san Francesco d’Assisi: è l’avere rispetto per ogni creatura di Dio e per l’ambiente in cui viviamo. E’ il custodire la gente, l’aver cura di tutti, di ogni persona, con amore, specialmente dei bambini, dei vecchi, di coloro che sono più fragili e che spesso sono nella periferia del nostro cuore. E’ l’aver cura l’uno dell’altro nella famiglia: i coniugi si custodiscono reciprocamente, poi come genitori si prendono cura dei figli, e col tempo anche i figli diventano custodi dei genitori. E’ il vivere con sincerità le amicizie, che sono un reciproco custodirsi nella confidenza, nel rispetto e nel bene. In fondo, tutto è affidato alla custodia dell’uomo, ed è una responsabilità che ci riguarda tutti. Siate custodi dei doni di Dio!

E quando l’uomo viene meno a questa responsabilità di custodire, quando non ci prendiamo cura del creato e dei fratelli, allora trova spazio la distruzione e il cuore inaridisce. In ogni epoca della storia, purtroppo, ci sono degli “Erode” che tramano disegni di morte, distruggono e deturpano il volto dell’uomo e della donna.

Vorrei chiedere, per favore, a tutti coloro che occupano ruoli di responsabilità in ambito economico, politico o sociale, a tutti gli uomini e le donne di buona volontà: siamo “custodi” della creazione, del disegno di Dio iscritto nella natura, custodi dell’altro, dell’ambiente; non lasciamo che segni di distruzione e di morte accompagnino il cammino di questo nostro mondo! Ma per “custodire” dobbiamo anche avere cura di noi stessi! Ricordiamo che l’odio, l’invidia, la superbia sporcano la vita! Custodire vuol dire allora vigilare sui nostri sentimenti, sul nostro cuore, perché è proprio da lì che escono le intenzioni buone e cattive: quelle che costruiscono e quelle che distruggono! Non dobbiamo avere paura della bontà, anzi neanche della tenerezza!

E qui aggiungo, allora, un’ulteriore annotazione: il prendersi cura, il custodire chiede bontà, chiede di essere vissuto con tenerezza. Nei Vangeli, san Giuseppe appare come un uomo forte, coraggioso, lavoratore, ma nel suo animo emerge una grande tenerezza, che non è la virtù del debole, anzi, al contrario, denota fortezza d’animo e capacità di attenzione, di compassione, di vera apertura all’altro, capacità di amore. Non dobbiamo avere timore della bontà, della tenerezza!

Oggi, insieme con la festa di san Giuseppe, celebriamo l’inizio del ministero del nuovo Vescovo di Roma, Successore di Pietro, che comporta anche un potere. Certo, Gesù Cristo ha dato un potere a Pietro, ma di quale potere si tratta? Alla triplice domanda di Gesù a Pietro sull’amore, segue il triplice invito: pasci i miei agnelli, pasci le mie pecorelle. Non dimentichiamo mai che il vero potere è il servizio e che anche il Papa per esercitare il potere deve entrare sempre più in quel servizio che ha il suo vertice luminoso sulla Croce; deve guardare al servizio umile, concreto, ricco di fede, di san Giuseppe e come lui aprire le braccia per custodire tutto il Popolo di Dio e accogliere con affetto e tenerezza l’intera umanità, specie i più poveri, i più deboli, i più piccoli, quelli che Matteo descrive nel giudizio finale sulla carità: chi ha fame, sete, chi è straniero, nudo, malato, in carcere (cfr Mt 25,31-46). Solo chi serve con amore sa custodire!

Nella seconda Lettura, san Paolo parla di Abramo, il quale «credette, saldo nella speranza contro ogni speranza» (Rm 4,18). Saldo nella speranza, contro ogni speranza! Anche oggi davanti a tanti tratti di cielo grigio, abbiamo bisogno di vedere la luce della speranza e di dare noi stessi la speranza. Custodire il creato, ogni uomo ed ogni donna, con uno sguardo di tenerezza e amore, è aprire l’orizzonte della speranza, è aprire uno squarcio di luce in mezzo a tante nubi, è portare il calore della speranza! E per il credente, per noi cristiani, come Abramo, come san Giuseppe, la speranza che portiamo ha l’orizzonte di Dio che ci è stato aperto in Cristo, è fondata sulla roccia che è Dio.

Custodire Gesù con Maria, custodire l’intera creazione, custodire ogni persona, specie la più povera, custodire noi stessi: ecco un servizio che il Vescovo di Roma è chiamato a compiere, ma a cui tutti siamo chiamati per far risplendere la stella della speranza: Custodiamo con amore ciò che Dio ci ha donato!

Chiedo l’intercessione della Vergine Maria, di san Giuseppe, dei santi Pietro e Paolo, di san Francesco, affinché lo Spirito Santo accompagni il mio ministero, e a voi tutti dico: pregate per me! Amen.

Francesco

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UN MONDO DI ORFANI CHE SOGNANO LA CAREZZA DI UN PADRE

di MARIA AMATA DI LORENZO

Quel giorno di metà marzo che ha fatto entrare la primavera nei nostri cuori, l’avete sentito anche voi?

Con l’anima chiusa in una bolla di inquietudine e di attesa, quel giorno ci siamo portati sulla soglia dell’invisibile, in una piazza gremita di persone come noi, con gli occhi rivolti a un comignolo che fumava ostinatamente contro il cielo piovigginoso di Roma, fumava un calore bianco, e in quel bianco c’erano tutti i colori della nostra vibrante speranza.

A volte i sogni nella vita si realizzano, lo sapete? Io ne avevo uno. Ne avevo uno nel cuore da quasi dieci anni, da quando cioè avevo scoperto per caso (ma poi esiste davvero il caso?) che a Buenos Aires c’era un “cura villero”, un prete della baraccopoli, molto attento ai poveri, dallo stile di vita umile, spirituale e austero. Un gesuita argentino che fino al 13 marzo 2013 quasi nessuno conosceva fuori del suo Paese ma il cui nome e cognome io portavo tenacemente nel cuore: Jorge Mario Bergoglio.

Non avevo mai visto un mio sogno avverarsi, fino a quella sera di marzo. Io sognavo di vedere padre Jorge sul soglio di Pietro, era un dono che sognavo per il mondo, perchè sapevo che il mondo aveva bisogno di lui, aveva bisogno della sua luce, della sua fiamma.

Conoscevo la sua umiltà, la sua profonda dedizione ai poveri, la sua vita di preghiera, la dolcezza del suo cuore. Desideravo che fosse papa già nel precedente conclave del 2005 e, quando la sera del 13 marzo scorso ho visto affacciarsi il protodiacono con il nome del nuovo pontefice, ve lo confesso, ho trattenuto il fiato per un tempo che m’è parso infinito e poi, con il cuore che mi rullava nel petto come un tamburo, quando ho sentito le prime parole dell’Habemus Papam mi è bastato udire Giorgio, soltanto Giorgio, in latino, per capire in un istante che era Jorge e allora sono scoppiata in un pianto dirotto.

Che giorno importante è stato quello, ma che giorno ancora più importante è stato quel lontano 21 settembre 1953 quando un ragazzo di poco più di 16 anni entrò nella Chiesa di San Giuseppe a Buenos Aires per una fugace visita al Tabernacolo e sentì nel suo cuore in modo chiaro e ineludibile la chiamata al sacerdozio.

Quel giorno, proprio quel giorno molto lontano, ci veniva dato un padre.

Un padre le cui parole – tutte le sue parole pronunciate con la sua voce calma e pacata dalla calda cadenza spagnola – sono stille di dolcezza che scendono nei cuori infreddoliti e desolati di tanti uomini del nostro tempo.

Noi siamo i figli e i nipoti del Novecento, un secolo che ha seppellito i padri. Ma l’averli seppelliti non ci ha reso più liberi. Non ci ha reso felici, ci ha reso solo più soli. Ci ha reso degli orfani.

Il senso del nulla che ossessiona molti nostri contemporanei, su cui soffia impetuoso da tanto tempo il vento gelido della secolarizzazione, è la tragica risultante di un materialismo consumista che non ha mantenuto nessuna delle sue promesse di felicità, lasciando la maggior parte di noi ai bordi di un deserto, psicologico e morale.

E’ il deserto dell’amore distrutto, della vita che non dà barlumi. Il deserto dei nostri cuori inariditi, impoveriti dal disamore, resi più chiusi e più duri dal dolore e dal risentimento.

La scienza e la tecnica e neanche la psicologia sono stati capaci di fornire una spiegazione esauriente alle domande fondamentali che da sempre ci assillano: chi sono io e perché vivo; in altre parole qual è il senso della vita, come sciogliere il suo mistero, perché si sta al mondo, e se c’è un fine in tutto questo, uno scopo, una destinazione.

Ma noi, che siamo esseri umanamente finiti, aneliamo all’infinito di cui le nostre anime sono impastate, non possiamo accontentarci di minutaglie, di eventi minimi, per dare un significato che illumini la nostra esistenza.

Credere all’incredibile. Per noi significa credere che Dio non solo esiste ma ci è padre e come un padre ci ama. Questa è la cosa più difficile per noi. Per tutti noi. Per me e per te. E’ come affacciarsi su un grande abisso di cui non si conosce la profondità e che a guardarlo ci dà un senso di vertigine.

È un mistero che non riusciamo a comprendere, che forse non comprenderemo mai, ma che tuttavia ci libera dal nostro narcisismo e ci dona lo stupore di sentirci amati oltre ogni merito, facendo esperienza della nostra creaturalità.

C’è un vecchio midrash, un racconto rabbinico, che dice: “Un principe era lontano da suo padre, a cento giorni di cammino. I suoi amici allora gli dissero: Torna da tuo padre. Ed egli rispose: Non posso, non ne ho la forza. Allora suo padre gli mandò a dire: Torna finché puoi, e io ti verrò incontro per il resto della strada…”

Ecco, credo che noi lo stiamo sperimentando. Qualcuno ci sta venendo incontro per il resto della strada.

Qualcuno che ci fa sentire la nostalgia di quell’abbraccio che abbiamo sempre rifiutato, quel tuffo nel grembo del Padre sempre differito e mai accolto, a cui abbiamo invece preferito le luci ingannevoli e fredde di un paese lontano che però non ci ha regalato quella felicità che ci prometteva ma solamente l’immensa, spaventosa libertà degli orfani.

“El cura”, lo chiamavano quando girava per le strade polverose di Buenos Aires, “il prete”. E, da papa, Jorge Mario Bergoglio non è e non sarà altro che questo: un prete.

Cioè un padre.

Un padre è ciò di cui noi abbiamo bisogno, e in tanti l’abbiamo capito quel 13 marzo, vedendolo affacciarsi con il suo “buonasera” sull’immensa piazza brulicante di gente.

Un padre che ci parli con la lingua della tenerezza, che ci mostri il volto di quell’amore che non abbiamo conosciuto mai. Un padre che ci regali quella carezza che non ritroviamo più se non nell’albeggiare di un sogno.

Ma questo sogno, oggi, si avvera.

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10 Comments

  1. Cari amici e amiche,

    sono pervenuti anche molti pensieri e riflessioni che postiamo qui di seguito nei commenti.

    Invitiamo chi desidera aggiungere un proprio commento a farlo… il post è aperto e lo resterà sempre, a tempo indeterminato.

  2. Caro Papa Francesco,

    il mondo aveva bisogno di te: della luce e della semplicità che emani, che vuol dire mettersi alla pari degli umili e non salire in cattedra per indottrinare. Mi sei piaciuto subito, con quel tuo accento dolce, con il tuo atteggiamento inclusivo e accogliente, con l’uso che hai fatto di quelle due parole, POVERTA’ e MISERICORDIA, di cui abbiamo bisogno come del pane l’affamato: una chiesa povera, priva di orpelli è forte e ricca di spiritualità, può andare alla sorgente del messaggio evangelico e riempire le sue brocche di quell’acqua vitale; una chiesa misericordiosa è una chiesa che non respinge, che ascolta i drammi degli uomini e delle donne e sa offrire loro una parola di coraggio e di fiducia, per proseguire il difficile cammino della vita.

    Quanto bisogno c’è nel mondo di bene, di pace, di autenticità! Come il poverello d’Assisi puoi spogliare la chiesa dell’ipocrisia, del compromesso, delle nequizie che vi albergano e riportarla allo spirito delle origini, delle prime comunità cristiane e all’entusiasmo che le percorreva! Buon cammino, caro Papa Francesco, continua a vivificare col tuo esempio il germoglio di speranza e di rinnovamento che hai fatto già nascere nei nostri cuori!

    Maria Gisella Catuogno

  3. “Cruzar el umbral de la fe”

    Carta del Cardenal Jorge Mario Bergoglio,
    Arzobispo de Buenos Aires, para el Año de la Fe

    Comenzar este Año de la Fe resulta ser un nuevo llamado para profundizar en nuestra vida esta fe que se nos ha dado como don. Profesar la fe con la boca significa vivirla en nuestro corazón y darla a conocer con las obras; un testimonio y un compromiso público. El discípulo de Cristo, hijo de la Iglesia, no puede pensar nunca que creer es algo privado. Todo lo contrario: es un reto importante y fuerte para cada día, convencidos que Aquél que ha comenzado en ustedes la buena obra la llevará a la perfección el día de Cristo Jesús (Fil 1,6). Mirando esta realidad, como discípulos misioneros, nos preguntamos: ¿Cuáles son los retos que tenemos que afrontar y que nos propone el hecho de cruzar el umbral de la fe?
    Cruzar el umbral de la fe nos desafía a descubrir que –aunque hoy parezca que reine la muerte en todas sus formas posibles y que la historia se rige por la ley del más fuerte o del más listo, o si el odio y la ambición son los motores de tantas luchas humanas -, estamos convencidos que esta triste realidad puede cambiar y absolutamente tiene que cambiar porque si “Dios está con nosotros, ¿quién podrá estar contra nosotros?” (Rom 8, 31-37).
     Cruzar el umbral de la fe presupone no avergonzarse de tener un corazón de niño que cree en lo imposible, que puede vivir en la esperanza que es lo único que puede dar sentido y puede transformar la historia. Igualmente significa preguntarse contínuamente, rezar sin cansarse y adorar para que nuestra mirada sea transfigurada.
     Cruzar el umbral de la fe nos llevará a suplicar para que cada uno de nosotros tenga “los mismos sentimientos de Cristo Jesús” (Fil 2,5), experimentando de este modo una nueva forma de pensar, de comunicar, de mirar, de tener respeto, de vivir en familia, de preguntarse sobre el futuro, de vivir el amor y la propia vocación.
     Cruzar el umbral de la fe significa actuar, fiarse de la fuerza del Espíritu Santo presente en la Iglesia que se manifiesta incluso en los signos de los tiempos; es acompañar al hombre en el constante desarrollo de la vida y de la historia sin caer en las derrotas que todo paralizan y que dicen que todo tiempo pasado fue mejor que el actual. Por lo tanto es urgente pensar de nuevo, aportar la novedad, crear de nuevo, amasando la vida con la “nueva levadura de la justicia y de la santidad” (1Cor 5, 8).
     Cruzar el umbral de la fe significa tener unos ojos que se asombran y un corazón que no se acostumbra a reaccionar perezoso, sino que sabe reconocer cada vez que una mujer da a luz, una apuesta por la vida y por el futuro. Que cuando cuidamos la inocencia de los niños se está garantizando la verdad del mañana y que cuando acariciamos la vida que se acaba de un anciano, hacemos un acto de justicia y acariciamos nuestras raíces.
     Cruzar el umbral de la fe significa el trabajo vivido con dignidad; es la vocación de servir celebrada con la abnegación de quien vuelve a empezar de nuevo sin rendirse, considerando que todo lo que se ha hecho es solo un paso en el camino hacia el Reino, hacia la plenitud de la vida. Es la espera silenciosa después de la siembra de cada dia; es contemplar el fruto recogido dando gracias al Señor porque es bueno y pidiédole que no abandone nunca la obra de sus manos. (Sal 137).
     Cruzar el umbral de la fe exige saber luchar por la libertad y la coexistencia aunque aunque todo caiga, siendo conscientes que el Señor nos pide vivir en el derecho, amar la bondad y caminar con humildad con nuestro Dios (Mt 6, 8).
     Cruzar el umbral de la fe nos lleva a una conversión continua de nuestras actitudes, de nuestros modos de ser y tenores de vida; nos conduce también a reformular y no a parchear o a barnizar, sino a dar la nueva huella que da Jesucristo a quien ha sido tocado por su mano y por su Evangelio de vida; es también arriesgarse por hacer algo inédito por la sociedad y por la Iglesia; porque “todo el que permanece en Cristo es una criatura nueva” (2Cor 5, 17-21)
     Cruzar el umbral de la fe nos lleva a perdonar y a saber arrancar una sonrisa; a acercarnos a todo el que habita en la periferia existencial y llamarlo por su nombre; es hacerse cargo de las fragilidades de los débiles y sostener sus rodillas vacilantes estando seguros que todo lo que hagamos por el más pequeño de nuestros hermanos, se lo hacemos a Jesús”(Mt 25, 40).
     Cruzar el umbral de la fe presupone celebrar la vida, dejarse transformar porque nos hemos convertido en uno con Jesús en la mesa de la eucaristía celebrada en las comunidades y desde esta fuente estar con las manos y con el corazón en el trabajo del gran proyecto del Reino: “y todo lo demás les será dado por añadidura”(Mt 6, 33).
     Cruzar el umbral de la fe es vivir en el espíritu del Concilio, del encuentro de Aparecida; Iglesia de puertas abiertas no solo para recibir sino fundamentalmente para salir y llevar el Evangelio a todos los caminos y en la vida de los hombres de nuestro tiempo.
     Cruzar el umbral de la fe presupone para nuestra iglesia arquidiocesana sentirnos confirmados en la misión de ser una Iglesia que vive, reza y trabaja en actitud misionera.
     Cruzar el umbal de la fe es, en definitiva, aceptar la novedad de la vida del Resucitado en nuestra pobre carne para convertirla en un signo de vida nueva.

    Reflexionando sobre todas estas cosas miremos a María. ¡Que la Virgen Madre nos acompañe! Nos acompañe a cruzar el umbral de la fe y acerque a la Iglesia el Espíritu Santo para que, como ella hizo en Nazaret, podamos adorar al Señor y salir despuès por los caminos del mundo para anunciar las maravillas que el Señor ha obrado en nosotros.

  4. Santo Padre,

    nei tuoi primi 10 gesti mi hai riportato dalla periferia della Chiesa al Centro.

    Il tuo comunicare la “Misercordia” è il dono tra i più grandi e i più belli che molti uomini e donne come me aspettavano dalla Santa Pasqua ormai alle porte.

    Voglio augurarti a nome di questi stessi uomini che nella vita hanno incontrato il buio del dolore di non farci mai mancare la tua Santa benedizione e la tua paterna vicinanza.

    Hai coniugato nei tuoi primi gesti la parabola del “Samaritano” come nessuno aveva fatto.

    I disoccupati, gli anziani, i malati, i separati possono adesso sentire l’amore del proprio “Pastore” come qualcosa di ordinario, di raggiungibile, di fruibile.

    Non ci sono “interferenze” e/o “suggestioni “ al tuo linguaggio semplice e affettuoso come quello che solo un Padre conosce per i propri figli.

    Difendi e custodisci sempre questo stile, gli “ultimi” non potranno mai essere raggiunti da “prelature” e “movimenti” , concentrati come sono nelle loro stesse forme di partecipazione e di aggregazione.

    Mi hai ricordato il valore del “Fine” della vita di Fede e non hai “imposto” il mezzo con la quale ricercarla.

    Se non quello dello stare vicino a Dio.

    Grazie.

    Angelo Rosa

  5. E’ un Papa meraviglioso Francesco. Mi piace, mi piace molto. Ha una capacità comunicativa innata, uno stile sobrio, semplice, asciutto ma estremamente efficace. Le sue frasi sono brevi, ritmate ma è molto bello sentire, ascoltare le sue frasi decise e forti e nello stesso tempo con un accento molto dolce come è tipico degli argentini! L’obiettivo sembra essere quello di una comunicazione che crei un contatto diretto con chi ascolta. Papa Francesco è un evento comunicativo e forse non è a caso che nel tempo in cui viviamo un uomo di tale spessore sia entrato nelle nostre vite prepotentemente e da subito. Egli sta portando nei nostri cuori quel soffio lieve e delicato che si chiama “Speranza” e aprendo un varco anche ai cuori più insensibili….e non è poco, i quali non possono non riconoscere l’ immensa umanità e generosità che sprigiona ad ogni suo gesto.
    Mi auguro che il suo Pontificato possa durare il più a lungo possibile. Viva Papa Francesco!

    Antonella Vara

  6. La Hermandad ‘Cristo de los Afligidos, Patrono del Cañamelar’ muestra su satisfacción y alegría por la designación del nuevo papa Francisco, el tercero del siglo XXI, después de los dos grandes papas anteriores Juan Pablo Ii y Benedicto XVI. Y lo hace como los cristianos tenemos que recibir esta gracia, rezando y orando por su nuevo ministerio.

    Somos conscientes que han de ser las oraciones y el Espíritu Santo quien haga de su pontificado lo que la Iglesia y los cristianos esperan de este nuevo papa. Sabemos y reconocemos que no lo va a tener nada fácil pero al mismo tiempo somos conscientes que la ayuda de la oración y la fuerza del Espíritu Santo le harán más soportable esta nueva tarea que la Iglesia le ha encomendado a través de sus hermanos cardenales, reunidos en Cónclave.

    Quisiera que estas palabras, las primeras que expresa la Hermandad ‘Cristo de los Afligidos, patrono del Cañamelar’ ante este nuevo Sumo Pontífice, fueran de gratitud ante el Espíritu Santo y de esperanza por el bien de la Iglesia pues somos conscientes de la ardua tarea que le espera pero, al mismo tiempo, sabemos que se trata del Pontífice que la Iglesia necesita en estos momentos de la Historia de ahí que hayamos recibido la noticia con mucha alegría, regocijo y satisfacción.

    Como entidad de Semana Santa somos los que mejor representamos dentro de la Semana Santa Marinera de Valencia al Vaticano pues el Domingo de Ramos y el Domingo de Resurrección procesionamos con túnica amarilla y capa blanca de ahí que desde ya nos ponemos a su entera disposición, rezamos por usted y por su nuevo ministerio y tan pronto como nos sea posible ofreceremos una Misa “en la que daremos gracias a Dios por el Santo Padre Francisco, y por su ministerio para que sienta siempre la ayuda del Señor y la cercanía de todos los cristianos en el aliento también de su misión” (estas ultimas palabras son del arzobispo de Valencia que suscribimos enteramente nosotros)

  7. Muchas gracias por tus palabras, querido Angel!

    Sì, el papa Francisco es el Pontífice que la Iglesia necesita en estos momentos de la historia. Es una gran alegría para todos nosotros…

    Hasta pronto 🙂

  8. I cuori traboccanti di contenuta gioia.
    Lo sguardo in alto, in attesa della bianca danza celeste.
    Finalmente!
    Il pianto ci riporta alla serena certezza
    che Dio ci segue da vicino.
    Abbiamo un Padre!
    Il riposo
    rimetterà a posto le nostre emozioni,
    e il mattino donerà
    ai nostri giorni
    desideri di Cielo
    e un soffio di speranza.

    Flavia

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