Ferro e sale

Un racconto di MARIA GISELLA CATUOGNO

L’Isola d’Elba, fin dall’alba della sua storia millenaria, ha condito i suoi giorni col sapore del sale e del ferro: Aethalia, la fuligginosa, la chiamavano i Greci, quando passavano davanti al profilo della sua costa e vedevano levarsi al cielo di cristallo il fumo dei forni che depuravano il minerale e lo trasformavano in pani di ferro, infinitamente più ricercati e preziosi di quelli di grano.

Anche i Romani conoscevano la terra rossa dell’isola, le battigie luccicanti delle spiagge orientali, il tesoro oscuro nascosto nelle sue viscere: il ferro era agognato, cercato, preteso; permetteva, con armi adeguate e imbattibili, di soggiogare popoli e conquistare terre; concedeva, se commerciato, la possibilità di guadagni favolosi. Per questo l’Elba era tenuta d’occhio, corteggiata: la raggiungevano velieri che pazientavano il vento giusto; la sceglievano i ricchi per le loro ville marittime; la citava Virgilio stesso, nell’Eneide, definendola generosa di uomini e di metalli.

E così, nei secoli, dalle aurore rosate ai tramonti di fuoco, di padrone in padrone, l’isola, sinuosa come una sirena, lambita dal cobalto del mare che ne levigava asprezze e ruvidità e le regalava la dolcezza d’una quasi eterna primavera, è stata sempre oggetto di desiderio e di violenza. Sì, perché la ricerca affannosa del legname per i forni etruschi ha spogliato le sue colline del lussureggiante manto boschivo primitivo, degradandolo a bassa macchia cespugliosa, mentre l’attività estrattiva, a carattere industriale, dell’ultimo secolo, ha sconvolto la fisionomia del dolce paesaggio isolano, scavando gallerie, trincee e cave a cielo aperto. Certamente ha sfamato gli elbani, come non riusciva a fare la pesca, mai praticata dai locali a livello professionale né l’agricoltura, per l’eccessiva frammentazione delle proprietà; ma il pane dei minatori era un pane amaro, intriso di ferro e del sale del sudore e del pianto.

Oggi, che da trent’anni le miniere sono chiuse, quei luoghi, ora calpestati da turisti curiosi e da studiosi pensosi, riecheggiano ancora la tumultuosa vita d’un tempo: il fischio della sirena che scandiva non solo le ore dei minatori ma anche quelle degli abitanti dei paesi ferrigni; il boato della carica esplosiva; il rumore della tramoggia, del pattugliè, del lavaggino che ripulivano tutto con acqua di mare, separavano la terra dal ferro, i pezzi più grossi dal fine; le imprecazioni, le bestemmie, i sospiri, le preghiere, le grida dei cottimisti, addetti ai cumuli che caricavano il minerale sui vagoni e ne seguivano il trasporto fino alla discarica; il fruscio del vento sulle vele dei lacconi, le imbarcazioni che facevano la spola tra la terraferma e le navi in rada, prima della costruzione dei pontili che s’allungavano verso le chiatte; il ronzio del piano inclinato, con il doppio binario di vagoni in discesa e in salita; ma anche le chiacchiere, le confidenze, le risate, le prese in giro, le zuffe bonarie o più accese dei momenti del riposo, della pausa del pasto o della fine della giornata lavorativa, quando ci si rimetteva in cammino per raggiungere le case, le mogli, i figli, le madri, le fidanzate in attesa, per trascorrere qualche ora di serenità e dormire il sonno dei giusti. Fino ai primi sbadigli di luce del mattino successivo…

I minatori infatti si partivano da Cavo, da Rio Marina, da Rio Alto, da Capoliveri per raggiungere a piedi le miniere e le sue strutture: c’era chi arrivava presto, perché un paese come Rio Marina il minerale ce l’aveva in casa e i lacconi erano a poca distanza dalla spiaggetta della Torre, dove i bàmboli, d’estate facevano il bagno, le rincorse e le sassaiole, sottraendosi per qualche ora alla sorveglianza delle mamme; ma c’era chi si faceva anche otto o dieci chilometri a piedi per raggiungere Rio Albano, Capo Pero, il Calendozio, il Ginevro, Calamita; tra essi non mancavano purtroppo gli adolescenti e nemmeno i bambini di otto anni, in caso di famiglie particolarmente bisognose: a loro era di solito destinata la custodia degli asini.

Si alzavano prestissimo, dunque, i minatori che stavano lontano, a preparare il convìo, ossia il pasto della giornata, conservato in un pentolino cilindrico d’alluminio: ricordo ancora quello di mio nonno Angiolino, che in miniera faceva il barrocciaio, ossia trasportava minerale col barroccio attaccato al suo cavallo. Mia nonna Giuseppina s’alzava con lui, riscaldava lo spezzatino con le verdure cucinato la sera prima o la zuppetta di fagioli cannellini o il pezzetto di baccalà lessato con l’aglio, l’olio e la nipitella; poi, nel paniere, dove lo sistemava, aggiungeva qualche fico secco, qualche noce e un quartino di vino. Nonno salutava, raccomandava alla moglie di ritornarsene a letto, saliva sul barroccio e s’avviava: faceva qualche tappa per offrire un passaggio, di volta in volta, ai più anziani, ai malandati o a qualche ragazzotto sonnacchioso che poteva dormicchiare, ciondolando il capo, quasi un’altra mezz’ora. Angiolino, in fondo, era più fortunato di altri: il cavallo era il suo più valido alleato, gli permetteva di non fare lavori massacranti, gli alleviava la fatica di ore di cammino. Per quell’animale mio nonno nutriva un grande amore, lo custodiva in una stalla fatta con le sue mani, lo accudiva come un figlio, lo teneva a riposo la domenica e le feste comandate: tutt’al più, proprio quando le figlie, Angela e Alba, gli chiedevano una passeggiata in “calesse”, lo scomodava per un paio di chilometri al massimo e gli dava poi la doppia razione di biada.

Attraverso i racconti di mio nonno ho imparato a conoscere gli altri minatori, i loro visi cotti dal sole e ricamati da rughe precoci, le mani callose, i corpi muscolosi sformati da fatiche bestiali; le morti precoci per silicosi, la malattia che otturava i polmoni con la micidiale polvere di silicio impedendo la normale respirazione; il carattere fiero e aspro, come il ferro che lavoravano; la generosità, la solidarietà, l’altruismo mai ostentati e anzi quasi selvaticamente nascosti; l’immensa disponibilità al sacrificio personale per badare alla famiglia e alle sue necessità; l’orgoglio di essere squadra, di saper tener testa alla direzione, se oltrepassava il segno; la capacità organizzativa, la voglia di lottare per un sogno di giustizia e di riscatto; la resistenza al padronato, con scioperi memorabili e poi, con l’avvento del fascismo, l’umiliazione di dover chinare la testa, di non essere più lega, di vedersi imbavagliati e ridotti a servi.

E poi, negli anni della ventilata chiusura, ho assistito alla commossa difesa di quelle miniere da parte dei vecchi lavoratori, ormai in pensione; alla loro presenza nei cortei, accanto ai giovani, a rivendicare orgogliosamente, malgrado tutte le sofferenze patite, la loro storia, le loro lotte e a gridare l’irrinunciabile presenza mineraria sul territorio elbano.

Dalle parole di nonno Angiolino, grande affabulatore, da quello che raccontava al rientro, infaticabile, pronto a nuovi lavori – l’orto, le galline, i conigli, la capra, la vigna, il campetto di grano – ho imparato a immaginare quell’ambiente: la terra rossa, la polvere, il frastuono assordante; d’inverno, il freddo e l’umidità che entrano nelle ossa, d’estate, il sole che sembra piombo fuso quando tocca lo zenith e batte come un tamburo sulle tempie contratte; o, nelle giornate di pioggia novembrina, la delusione che provocava il consolato: la sirena suonava prima forte, poi più piano, poi ancora forte e a lungo; era il segnale che gli operai se ne dovevano tornare a casa e che per quel giorno non avrebbero guadagnato nemmeno una lira. Allora, fra quella gente, a seconda del temperamento, covava la rabbia o lo sconforto o la ribellione: dopo che si erano fatti magari otto chilometri a piedi, con i nuvoloni grigi sopra il capo, pregando che non piovesse, dovevano ripresentarsi anzitempo alle famiglie a mani vuote.

Ma allora nonno, perché lo chiamavano consolato? – insistevo io mentre lui si faceva la barba, seduto al tavolo di marmo di cucina – la cassettina di legno lavorato, con dentro il pennello, il sapone da barba, il rasoio e lo specchio, aperta davanti a sé – un regalo di suo cognato Tonietto –

Perché prima ne veniva pagata una parte, una percentuale, delle ore di lavoro perse…e quella era la consolazione, il consolato, diciamo noi…poi invece la direzione decise che non sarebbero state pagate per nulla…però il nome è rimasto!...-

Io l’ascoltavo ma ero interessata anche a quella cassettina di legno, tutta incisa a fiorellini, a ghirigori, con la maniglia, le cerniere dorate: mi piaceva un sacco ma non osavo chiedergliela.

– Nonno, dimmi qualcosa di zio Tonietto, l’ha fatta lui, vero, questa?-

– E’ morto proprio l’anno della tua nascita, tua mamma aveva un gran pancione, quando è successo…è stato il cuore e i dispiaceri…-

-I dispiaceri?!…Perché?-

Anche questa è una storia di miniera… – sospirava mio nonno, cominciando a sbarbarsi con attenzione, l’asciugamano intorno al collo, lo sguardo allo specchietto – devi sapere che Tonietto era un bravissimo maestro artigiano di Rio Marina, un ebanista, era stato a scuola a Genova per imparare bene il mestiere; fin da ragazzo non sopportava i torti, le ingiustizie…avrebbe voluto studiare ma i soldi erano pochi…S’arrangiò da sé: leggeva sempre e di tutto. Diventò socialista, entrò nella sezione del partito che c’era in paese. Erano anni durissimi, nell’ ‘11, per esempio, lo sciopero alle miniere durò quattro mesi, la gente s’arrese per fame…Il clima era tesissimo: poteva succedere, durante i cortei di protesta, con le forze dell’ordine sempre pronte a reprimere i manifestanti, che si arrivasse al peggio, come quando ci rimise la vita una bambina innocente di pochi anni che si beccò una pallottola partita chissà come… Tonietto era sempre il primo in tutte le proteste. Intanto lavorava nella sua falegnameria, fece le porte delle chiese di Santa Barbara e di San Giuseppe, al Cavo, che erano una meraviglia…con tutte le figure di santi in bassorilievo…poi faceva i mobili, tutti lavorati, quelli che abbiamo in casa li ha fatti lui…e poi faceva anche le casse da morto e le provava…-

– Come, le provava? –

Sì, ci si metteva dentro, per accertarsi che le misure fossero giuste, per vedere se un corpo ci sarebbe stato…tua nonna Giuseppina, e le altre sue sorelle, Amelia e Elisabetta, ma anche la loro madre, che si chiamava Angela, quando capitavano in bottega e lo vedevano steso lì proprio come un morto, strillavano e lo maltrattavano, ordinandogli di uscire subito, ché portava male…Lui rideva e si divertiva un sacco…Era un ribelle, ma generoso, unico…Nel ‘19 lo fecero sindaco e fu il primo sindaco socialista del paese. Ma quando arrivò il fascismo, gliele fecero pagare tutte…-

Che successe? – incalzavo io.

Anzitutto per umiliarlo gli fecero bere l’olio di ricino…poi non lo fecero più lavorare del suo mestiere, lo boicottarono, la gente aveva paura e non gli ordinava più nulla. Ma lui era sposato, aveva cinque figli…riuscì a entrare in miniera, ma gli affidarono i lavori più pesanti, quelli che tutti scartavano, per esempio al lavaggino, sempre con le mani nell’acqua di mare a ripulire il minerale, estate e inverno…

Povero zio Tonietto! –

– Sì, ma si prese una bella rivincita quando cadde Mussolini e finì la guerra, perché le truppe francesi che entrarono a Rio Marina nel giugno del ’44, dopo quasi una settimana di lotta contro i tedeschi che avevano occupato l’isola nove mesi prima…indovina chi chiamarono a dirigere il paese!?…Proprio lui, zio Tonietto!!

Meno male! Sono proprio contenta…– esclamavo alla fine, sollevata e fiera d’avere un eroe in famiglia!

Per i minatori, Santa Barbara, il 4 dicembre, era festa: niente lavoro e partecipazione alla messa dedicata alla loro santa, poi pranzo in famiglia e momenti di serena vita in comune. Di questa santa che mi incuriosiva, mio nonno non sapeva nulla. Me ne parlò invece nonna Giuseppina: Barbara era nata in Turchia ma chissà come era capitata in Italia, vicino Rieti. La leggenda intorno alla sua vita vuole che il padre Dioscuro, un pagano intransigente, l’avesse segregata in una torre per proteggerla dai suoi pretendenti; quando scoprì che non da essi doveva proteggerla ma dalla religione cristiana, che stava dilagando nell’impero, era troppo tardi: sua moglie già convertita al nuovo credo, aveva rivelato il suo segreto alla figlia Barbara, che, entusiasta, non aveva esitato a farsi a sua volta cristiana. Il padre furibondo la denunciò allora al magistrato romano che ne ordinò la decapitazione: sembra che Dioscuro stesso abbia voluto procedere al martirio: era il 4 dicembre dell’anno 306. Appena compiuto il tremendo gesto, un fulmine incenerì il padre crudele.

Questo era il punto del racconto che mi dava più soddisfazione: la collera divina si manifestava in tutta la sua forza e giustizia!

Per questo – aggiungeva Giuseppina – Barbara è diventata la santa che protegge tutti quelli che hanno a che fare con gli esplosivi o chi rischia di più la morte violenta e improvvisa: vigili del fuoco, artiglieri, minatori…Per questo si prega anche contro i fulmini…così: Santa Barbara nel campo, che guardavi lo Spirito Santo, Santa Barbara benedetta, liberaci dal tuono, dal lampo e dalla saetta! –

Da allora, nessun temporale mi ha fatto più paura: mentre fuori pioveva, tirava vento e i lampi illuminavano la notte, invocavo Santa Barbara e nel dormiveglia sognavo torri, fanciulle prigioniere, preghiere appena sussurrate, scoppi di mine, terra rossa, brillìo di ferro e mio nonno col suo cavallo su e giù per la miniera.

© Maria Gisella Catuogno – all rights reserved

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2 Comments

  1. Grazie a Flannery dell’ospitalità. E’ un racconto dedicato ai minatori elbani (e non solo), alla loro storia secolare di cui si rischia di perdere memoria e rispetto.
    Un saluto a tutte/i
    Gisella

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